Filanda Fioranelli

Nelle immediate vicinanze di Porta Macelli, toponomastica che ricorda una delle antiche porte di ingresso alla città medioevale, si possono ancora oggi osservare, in ampi stanzoni in laterizio con volte a tutto sesto, i macchinari di una delle due antiche filande cittadine, l'antica filanda di Atri dei Fioranelli, dal nome degli ultimi proprietari.

Filanda Fioranelli

SULLE VIE DELLA LANA

di Adriano De Ascentiis

La Tosatura nell’agro atriano

Tra i mesi di aprile o maggio del nuovo anno si dava il via alla tosatura delle pecore ma era molto difficile decidere quale fosse il momento opportuno: occorreva, infatti, interpretare bene la situazione climatica. Molto spesso si tosava al sopraggiungere dei primi caldi, per poi pentirsene se sopraggiungeva qualche giornata fredda di fine primavera; i più accorti “caruseje li pecure” (tosavano), in maggio le “gentili”, così si chiamava la razza ovina allevata nelle nostre zone e poi ad agosto, sempre sulla stessa pecora, veniva eseguita quella che dalle nostre parti veniva chiamata “la spuntature”. Alla tosatura precedeva una giornata di lavatura dei velli sui corsi d’acqua minori, sui fiumi e laghetti collinari dove si portavano a bagnare le pecore al fine di renderne il vello più candido e presentabile ai filandieri. Lungo il torrente Piomba, nel comune di Atri (TE) ad esempio, c’erano molti laghetti e come ci racconta la signora Giuseppina Bassotti, “facevamo scendere le pecore nell’acqua per l’ammollo, e una volta uscite, le battevamo con la mazzetta”, ossia  un attrezzo, solitamente una bacchetta di vimini lunga una settantina di centimetri, con il quale si picchiettava in maniera obliqua il posteriore dell’animale avendo particolare cura nel far defluire, generalmente dalla zona della coscia e del sottocoda, lo sporco e lo sterco che nell’addiaccio si attaccavano al vello.

Ritornate a casa, le pecore, dopo alcuni giorni di asciugatura naturale, venivano adagiate ad una ad una sul pavimento della stalla, pulito per l’occasione, e lì tosate. L’utensile impiegato prima dell’arrivo delle più comode tosatrici elettriche, era il forbicione, “lu furbice pì carusà” un attrezzo che avrebbe fatto rabbrividire i più crudeli boia, di colore nerastro e dalla grossa impugnatura di forma sferica, che faceva da supporto a due grosse lame, tipicamente triangolari. Anche quella della tosatura era una delle attività che sfociava naturalmente in una piccola festa. Era consuetudine infatti che un capannello di uomini, parlando del più e del meno, stazionassero intorno al tosatore e venissero riforniti da zelanti massaie, che, senza che nessuno ne facesse richiesta, si presentavano con vassoi carichi di cibo e bevande. Alla pecora, venivano incrociate le zampe, in maniera alternata in modo da portare tutti gli zoccoli nella zona del sottopancia, e poi legate con una robusta corda “de li m’ball” (la corda riutilizzata delle balle del fieno o della paglia) e successivamente tosata in ogni dove. Ogni tosatore, riusciva in un giorno ad occuparsi di una ventina di pecore, e se esperto riusciva ad arrivare perfino a 35, nulla al pari dei tosatori di professione o dei più conosciuti tosatori neozelandesi che dell’arte del tosare ne hanno fatto uno sport nazionale, ma comunque un ottimo lavoro, da riprendere in tranquillità nella giornata successiva.  Una certa quantità di lana veniva utilizzata subito, previo lavaggio e apertura, dalle donne per rimpinguare materassi, cuscini o imbottite, la maggior parte però dopo essere stata raccolta in dei sacchi di juta o di “jenestre” molto probabilmente la nostra ginestra, veniva portata alla filanda per riavere indietro matasse di filato che una volta portate a casa e lavate in acqua bollente e soda, venivano utilizzate per confezionare calzini, maglie e vestiti in genere.

L’ANTICA FILANDA 

Nelle immediate vicinanze di Porta Macelli, toponomastica che ricorda una delle antiche porte di ingresso alla città medioevale, si possono ancora oggi osservare, in ampi stanzoni in laterizio con volte a tutto sesto, i macchinari di una delle due antiche filande cittadine, l’antica filanda di Atri dei Fioranelli, dal nome degli ultimi proprietari. Gli impianti dell’industria tessile come quello di Atri, realizzati con macchine dei Fratelli Galoppo di Valle Mosso in provincia di Biella e della Società Costruzioni Macchine Tessili con sede e fonderie a Prato in Toscana, hanno tradizione molto datata e ricollegabile all’antica pratica della transumanza antica ma, se vogliamo, anche moderna, che qui ad Atri, con la Doganella d’Abruzzo, vide una delle più floride realtà agrosilvopastorali. La lana infatti, dopo la tosatura primaverile delle pecore veniva portata dai pastori stessi direttamente alle filande per ricavarne prodotto utile alla vendita. Nella nostra regione come anche in Puglia, si possono ancora oggi ridisegnare “Le Vie della Lana” sia grazie ai vecchi itinerari tratturali che nell’identificazione dei territori vocati alla pastorizia ma, e soprattutto, grazie alle vie che scaturivano dagli intensi scambi che la nostra regione e in particolare la nostra cittadina tesseva con il resto d’Italia ed in particolare con la Toscana. Sul territorio regionale tra il 1850 e il 1900 nacquero molti importanti opifici tessili tra i quali ricordiamo il famoso Lanificio Vincenzo Merlino ubicato sul fiume Aventino a Taranta Peligna salito agli onori per aver realizzato la famosa mantella nera in dotazione all’esercito borbonico. L’indistruttibile panno di lana infeltrita era prodotto infatti nelle gualchiere di Taranta Peligna, paese dal quale deriva il nome della mantella, la “Tarantina”. Nello stesso periodo come ci racconta Pasquale Ventilii nel vol.III della monografia della provincia di Teramo del 1893, ad Atri venivano prodotti i conosciuti “carfagni”, panni grossolani di lana nera tipici delle nostre zone.

I macchinari della filanda conservati all’interno del sito, rappresentano le fasi di un ciclo produttivo per la cardatura, filatura e torcitura della lana, avviato agli inizi del XX° sec. in città, un sistema di trasmissione a cinghia alimentato ad energia elettrica, tipico dell’industrializzazione a inizio novecento. Le macchine provengono da zone di importante tradizione ossia: Prato e il Biellese. In particolare, la carda proveniente da Valle Mosso (Biella), è molto interessante poiché molte macchine del genere andarono perdute nell’alluvione che colpì la zona nel 1969. 

Nel 2015 grazie all’opera di riqualificazione portata avanti dal dott. Adriano De Ascentiis, in collaborazione con il comune di Atri, la prot.Civile di Atri e la sez. di Italia Nostra g.Bassani di Atri, i locali e i macchinari dell’antica filanda atriana sono stati finalmente resi fruibili al pubblico grazie alla realizzazione del Museo dell’Antica Filanda Fioranelli di Atri. 

Galleria fotografica (scorri)

Ultimo aggiornamento

19 Marzo 2021, 19:50